C’eri sempre

 

12235078_10153089158717665_864238137891944532_n

C’ERI SEMPRE

(on the air: David Bowie – Lazarus)

Nel 1984, lo avrò raccontato un milione di volte, conquistavo la mia indipendenza musicale. RadioRai trasmetteva la hit parade e io non ne perdevo una sola puntata. Le classifiche erano una passione grandissima, la musica lo stava diventando. Fu certamente in uno di quei fortunati e spensierati frangenti che mi imbattei per la prima volta in Loving the alien. Un pezzo non memorabile di tale David Bowie. Quando hai 9 anni, non sai cosa c’è dietro quel personaggio. Lo consideri un tizio sobrio, elegante, col vocione. Perché in quegli anni patinati, Bowie si presentava così. Come Freddie Mercury sembrava un macho sciupafemmine in I was born to love you, Simon Le Bon era indiscutibilmente bello, Madonna era uno schianto inguainata nei suoi pizzi neri, e non sapevo quale differenza di fama potesse esserci tra Bruce Springsteen e Falco. Un anno dopo, nel periodo delle compassate, sottovalutate e bellissime Absolute Beginners e This is not America  (che coinvolse anche tale Pat Metheny), ci fu il Live Aid. David Bowie, Freddie Mercury, Madonna, erano tutti lì. Verso la fine, la traduzione simultanea annunciò un’anteprima mondiale: il video di Dancing in the streets firmato dal duo Bowie-Mick Jagger. Mick Jagger in quel periodo si era preso una pausa dai Rolling Stones, tanto che ai miei occhi di decenne, era un pazzo cantante solista. David Bowie aveva perso il suo aplomb e ballava sguaiato dentro una tuta leopardata. Poi, grazie al mio amico delle medie che sapeva tutto sulla musica, imparai di più sul Duca Bianco. Mai da fan autentico, ma da chi sapeva ascoltare quantomeno i suoi pezzi più importanti. Mi fece guardare Labyrinth, il mio amico. E c’era un altro Bowie. Cattivo, con una parrucca e un trucco improbabile. Il personaggio cominciò davvero a incuriosirmi. Non c’era una volta che fosse uguale a quel tipo tranquillo ed elegante di Loving the alien, che poi tra l’altro alla fine del video diventava blu. Nel ’91 l’AIDS si porta via Freddie Mercury. La mia passione per i Queen era al culmine, tanto che qualche lacrima la versai e non poteva essere altrimenti a sentire quella voce. Fu così che mi accorsi che quel pezzo del rapper bianco Vanilla Ice, Ice Ice Baby, (mioddio, Vanilla Ice) era ripreso da Under pressure. Con Freddie c’era DavidChe ne sapevo io che esistevano le cover? Che ne sapevo che quei due avevano fatto un pezzo insieme? Dovevo peraltro essermene accorto sei anni prima al Live Aid. Ma non ero mai andato a scavare indietro nella carriera degli artisti, tranne rari casi italiani. Vivevo il presente musicale, io. Per questo mi sfuggivano e in parte mi sfuggiranno sempre, gruppi come i Pink Floyd o i Led Zeppelin. Facevano già parte del passato. E in radio li sentivi poco. Ecco perché Vanilla Ice. Ma con David Bowie era diverso. Ogni sigla, ogni pezzo di sottofondo che mi sembrava un po’ bello, riconduceva sempre a lui. Fu così che scoprii poco dopo che Starman era sua, come Rebel rebelLet’s dance, Space oddity. Poi fu il turno di Heroes e della storia di Berlino. Ogni volta che approfondivo qualcosa di interessante, mi ritrovavo in mezzo il Duca Bianco. Guardavo Zoolander e all’improvviso c’era lui, tra Ben Stiller e Owen Wilson. Andavo a ballare in qualche discoteca rock e sentivo lui. Poi, The Prestige: Nolan lo scelse per interpretare Nikola Tesla, il più misterioso degli scienziati. Mi dissi, emozionato durante quel capolavoro di film, che non poteva essere altrimenti. Tralascio Il mio west di Pieraccioni, anche se voglio guardare anche quello adesso.
Intanto mi ero innamorato di Robert Smith e dei Cure, con lo stesso metodo diffuso di Bowie. E la prima volta che persi la testa per Berlino, cominciò a risuonarmi in testa Heroes. Non se ne andrà più. Risuonerà ancora, sotto la Porta di Brandeburgo, a stecca, nel 2009 dalla voce di un disco e nel 2014 dalla viva voce di Peter Gabriel. Poi due telefilm, Life on Mars e Ashes to Ashes. Casualità, in sottofondo sempre lui e le sue trasformazioni inquietanti. E i film (Moon e Source Code) diretti dal figlio Duncan Zowie Jones, uno più bello dell’altro.
Nel frattempo un malore, la rinuncia ai live che ti fa pensare che purtroppo mai spenderai quei cento e passa euro per riuscire a sentirlo dal vivo. Che ti fa pentire di non averlo apprezzato in pieno quando ancora potevi. Ma continuerà a fare dischi, ti dici. Pochi in realtà. L’ultimo, a sorpresa, quattro giorni fa: lo avevo anche rimproverato per Blackstar, troppo lunga e noiosa. Ci ho ripensato post mortem, quando tutto diventa bello perché vuoi trattenere più cose possibili delle persone, soprattutto quelle degli ultimi giorni. O semplicemente perché mi piace, non ha importanza.
Bowie, nell’immaginario e qualcosa di più, è stato un alieno con l’eterocromia, una spia della STASI, una creatura senza sesso che ha sedotto donne e uomini bellissimi, un’icona della moda, dell’arte, un personaggio che degnamente si inserisce nei libri di storia contemporanea.
Ma non mi interessa scrivere un coccodrillo, ne è pieno il Web, ne è piena la tv che per una volta (e non me lo aspettavo) riconosce coi titoloni quanto è grave questa perdita, ne è satura l’aria.
Quello che ho realizzato una volta morto, è che David Bowie mi ha accompagnato senza che io fossi mai un suo fan sfegatato, in tutti i periodi della mia vita. Anche quando pensavo che non ci fosse, c’era. E mi fermavo lì ad ascoltare la sua voce magnetica, un’altra delle incredibili storie su di lui o semplicemente a guardarlo  ridere come un essere umano, che poi alla fine mi faceva pure un po’ strano.
Una continua sorpresa, una costante, gradita intrusione. Lo si intuisce anche da questi pensieri sgangherati e messi insieme con un po’ di colla nemmeno troppo sapiente. Ecco cosa ha fatto Ziggy per me.
C’era sempre.
E probabilmente, sarà così per il resto dei miei giorni. Perché ormai mi piace conoscerlo a rate, perché è il modo migliore per pensare che ci sia ancora.

Poi d’improvviso, nel caos dell’Elliot pub, la voce di David Bowie. Riconosco Blackstar prima e Absolute beginners poi. La Tennent’s Super è già salita. Quel nodo in gola non è più il raffreddore. Ci pensavo. Era da quel novembre del 1991 che si portò via Freddie Mercury, che non mi sentivo così. Parte Rebel rebel.

Annunci