Febbraio, noi ci capiamo

FEBBRAIO, NOI CI CAPIAMO

(on the air: Roberto Angelini – FioriRari)

Spesso mi sono chiesto, inutilmente – ma sai quei momenti che ci pensi e ti chiedi le cose stupide? – quale fosse il mio mese preferito. Non è che uno debba sempre salvare il mondo, si può, ci si deve fare domande stupide, magari nel letto prima di dormire. Fissando un soffitto buio che non è soffitto, ma solo buio.
Dicembre! mi rispondo senza ombra di dubbio. Lo penso da sempre, non capisco perché ancora me lo chiedo.
Poi però, quando arriva febbraio, ho sempre un sussulto.
Qualcosa che sa di cose nuove e vecchie messe insieme, di freddi che svaniscono in una notte, di primi caldi e insetti che si infilano nei fiori, di dolci di carnevale, di coriandoli per la strada, di piogge ininterrotte, di dubbi che non diventeranno mai certezze, di certezze che diventano dubbi, di febbrai passati sempre con la stessa condizione sospesa a metà tra il sonno dell’inverno e il risveglio di primavera. Ogni anno mi dimentico com’è febbraio, sempre lo stesso ma mai scontato. Per questo voglio imprimerlo qui. L’ho fatto altre volte, l’ho dimenticato ugualmente. Eppure febbraio si fa notare: è il mese diverso per eccellenza. Meno giorni di tutti gli altri, ogni tanto se ne prende uno in più, ma sempre fugace resta.
Talmente fugace che solo dopo un po’ ti rendi conto che il conto presentato da ogni secondo mese dell’anno è stato sempre lo stesso stato: confusionale. E lo capisci da quest’ultima proposizione invertebrata.
L’indecisione tra il sonno profondo in un letto caldo e l’andarsene via, alla larga da troppe parole che scorrono nelle orecchie, davanti agli occhi, nella testa consunta. Cercare la compagnia per stare meglio da soli. Ci sono concetti che fuggono veloci come febbraio. Sono certo di averli pensati, compresi, afferrati, imprigionati, messi sotto vuoto, e un attimo dopo sono enigmi irrisolvibili.
Pensavo di esserti ormai immune, Mesecorto.
Sei entrato senza bussare e mi sono rimesso a raccontarti le capriole della mia mente. Quelle che nessun altro degli undici ha mai voluto ascoltare.

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